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Pena di morte: il mondo dice no. Approvata da 104 paesi dell’Assemblea dell’ONU la “moratoria sulle esecuzioni capitali”.

Posted by gpcorso su 19 dicembre 2007

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 DA NEW
YORK ELENA MOLINARI
 M
ancavano una quindicina di mi­nuti a mezzogiorno, e sembrava che nulla di particolare stesse suc­cedendo nella gigantesca sala dell’Assem­blea generale delle Nazioni Unite. Niente mani alzate. Nessun sì o no pronunciati ad alta voce dai delegati. Poi i tabelloni si so­no illuminati. Uno, due, dieci, venti. Tan­tissimi pallini verdi.
  Qualcuno rosso, ma chiaramente molti me­no. E così, ancora prima che la conta ufficiale fis­sasse a 104 i voti a favo­re, a 54 i contrari e a 29 gli astenuti, è stato chia­ro che il Palazzo di Vetro si era espresso in modo storico. L’Onu diceva di no al patibolo. Dopo 13 anni di tentativi falliti, la risoluzione sulla mo­ratoria universale della pena di morte era stata approvata. Il 18 dicembre 2007 dunque passerà alla storia come il giorno in cui è stata messa la parola fine a un cliché: quel­lo che fosse impossibile far allineare ab­bastanza stati membri dell’Onu su una po­sizione coraggiosa contro la pena di mor­te, quando dall’altra parte della barricata, fra i sostenitori del boia, c’erano Paesi for­ti come gli Stati Uniti, la Cina, l’India. Già due volte infatti in passato un tentativo del genere era naufragato. Ieri invece la batta­glia condotta in prima fila dall’Italia dal 1994 è giunta in porto, dopo aver raccolto via e via più sostenitori lungo il cammino. La risoluzione ha in realtà un valore sim­bolico, poiché non è vincolante per i Pae­si membri dell’Onu. Ma la «profonda preoccupazione» espressa ieri in modo so­lenne dalle Nazioni Unite circa l’applica­zione della pena di morte è un messaggio fortissimo per il partito del patibolo, che in­sieme agli Usa vede schierati anche Iran e Iraq, Singapore e alcuni Paesi caraibici. Tut­ti ora chiamati dalla risoluzione a «limita­re progressivamente l’uso e ridurre il nu­mero dei reati per i quali la pena di morte può essere comminata» e a «stabilire una moratoria delle esecuzioni» in vista di un’e­ventuale abolizione.
  Un obiettivo questo non più impensabile, visti i numerosi segnali che indicano un cambio della direzione del vento “giusti­zialista” in alcuni Paesi. Nonostante gli Sta­ti Uniti abbiano votato contro, ad esem­pio, Oltreoceano da novembre è attiva u­na moratoria di fatto delle esecuzioni e la scorsa settimana lo Stato del New Jersey ha abolito per legge la pena capitale. Ap­pare più moderata anche la posizione del­l’Egitto. Il Cairo ieri non ha preso la paro­la durante il breve dibattito che ha prece­duto il voto e c’è chi non esclude che il prossimo anno, quando l’Assemblea ge­nerale tornerà a contarsi sulla moratoria, gli egiziani potrebbero cambiare il proprio no in un sì.
  La risoluzione invita gli Stati che ancora applicano la pena di morte anche a «ri­spettare gli standard internazionali che prevedono le garanzie che consentono la protezione dei diritti di chi è condannato a morte, in particolare gli standard mini­mi », a fornire «le informazioni relative al­l’uso della pena capitale e il rispetto delle garanzie che consentono la protezione dei diritti dei condannati a morte».
  E soprattutto sottolinea che «l’uso della pe­na di morte mina la dignità umana» e che la sua abolizione contribuirebbe «al mi­glioramento e al progressivo sviluppo dei diritti umani». Inoltre, afferma «che non e­siste alcuna prova decisiva che dimostri il valore deterrente della pena di morte» e
«che qualunque fallimento o errore giudi­ziario nell’applicazione della pena di mor­te è irreversibile e irreparabile».
  L’iter della risoluzione, questa volta, non ha subito intoppi. Il 15 novembre, forte di 99 voti, il documento era stato approvato dal­la Terza Commissione dell’Assemblea ge­nerale, dopo due giorni di dibattito che a­veva visto schierato contro la proposta un fronte composito. Nelle ore immediata­mente precedenti al vo­to di ieri, però, quattro Paesi – Guinea Bissau, Repubblica Democrati­ca del Congo, Kiribati e Palau – hanno sciolto la riserva e hanno deciso di votare a favore. E mentre il partito del no si sfaldava, quello del sì rimaneva solido. Forte dell’Europa unita, so­prattutto, ma anche di buona parte dei Paesi dell’America Latina e della Russia, oltre a di­versi Stati africani, fra cui il Ruanda e il Bu­rundi. Nel breve dibattito preceduto al vo­to si sono espressi contro la risoluzione, oltre a Singapore, anche Antigua e Barba­dos a nome dei Paesi dei Caraibi e la Nige­ria. La dichiarazione a favore della risolu­zione è invece toccata al Messico.

 I contrari sono stati 54, ventinove gli astenuti La risoluzione chiama tutte le nazioni a «limitare progressivamente» l’uso del boia. Ed ora l’obiettivo diventa più ambizioso: l’abolizione

da Avvenire

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